È trascorso un anno. Dodici mesi, dodici numeri. Un piccolo miracolo ostinato che abbiamo chiamato Stabianotizie. Quando abbiamo iniziato, lo abbiamo fatto con una dose di incoscienza che oggi, forse, non avremmo più il coraggio di rivendicare. Credevamo, o volevamo credere, che fosse ancora possibile raccontare Castellammare mettendo a fuoco ciò che resiste e splende, malgrado tutto: la cultura, la storia, la bellezza quotidiana che sopravvive agli insulti del tempo e dell’indifferenza.
Abbiamo scelto la via più impervia: parlare del bene quando attorno impera la comodità del lamento, raccontare il valore quando il disprezzo fa più rumore, soffermarci sui segni di luce in una città che sembra affezionata alla penombra.
Eppure, questo nostro slancio, poetico e testardo, si è spesso scontrato con una realtà meno incline all’ascolto e alla collaborazione di quanto sperassimo. A volte ci siamo sentiti come chi lancia messaggi in bottiglia da una riva che nessuno guarda più. Non bastano le buone intenzioni a costruire comunità. Non bastano l’amore per la città, la competenza, il tempo speso senza tornaconto. Qui, ogni gesto che aspira a costruire è visto con sospetto; ogni iniziativa culturale ha il sapore dell’anomalia.
Stabianotizie è nato per creare uno spazio di parola che fosse anche uno spazio di appartenenza. Non volevamo solo informare, ma generare legami, nutrire consapevolezze, salvare storie dalla polvere e dal cinismo. Ci siamo riusciti? Forse sì, forse no. Forse troppo poco per quanto abbiamo dato, forse abbastanza per non smettere.
La verità è che in questa città si è smarrito il gusto del fare insieme. È più semplice girarsi dall’altra parte che dare una mano, più facile deridere che costruire, più comodo lasciar morire un’idea che provare a sostenerla. Sembra che il bello, qui, debba sempre passare per la via del martirio. Eppure, continuiamo. Perché qualcuno ci legge. Perché qualcuno ci scrive. Perché c’è chi aspetta il prossimo numero come un piccolo gesto di resistenza civile.
Dodici numeri sono pochi, ma sono anche un inizio. Non sappiamo quanti ne verranno ancora. Ma sappiamo .questo sì ,che finché potremo, continueremo a cercare il senso in mezzo al rumore, a offrire parole quando tutto attorno pare cedere al silenzio.
Perché raccontare il bello non è una fuga dalla realtà. È, forse, l’ultima forma di coraggio che ci è rimasta.
