Il 25 novembre non è una ricorrenza rituale, né un esercizio di indignazione stagionale. È una data che costringe a guardare dentro un’eredità scomoda, annidata nei linguaggi, nei gesti quotidiani, nelle strutture sociali che continuiamo ad abitare. Ricorda che la violenza sulle donne non è un’emergenza, ma un sistema: un dispositivo antico e ostinato, che si rigenera ogni volta che viene messo in discussione l’ordine simbolico del patriarcato. Questa violenza non nasce da un impulso incontrollato, da una patologia individuale o da episodi di improvvisa irrazionalità, ma affonda le sue radici in una grammatica culturale tramandata per secoli, una grammatica che ha stabilito chi fosse autorizzato a parlare e chi dovesse tacere, chi potesse decidere e chi dovesse subire decisioni, chi potesse esistere come soggetto e chi come oggetto. Il patriarcato non è soltanto un residuo del passato, è una forma di organizzazione del mondo che continua a modellare la realtà anche quando sostiene di essere stata superata. Vive nei ruoli di genere rigidi, nelle aspettative imposte sulla femminilità e sul suo presunto essere accomodante, nei meccanismi economici che penalizzano l’autonomia, nella svalutazione del corpo e del desiderio delle donne, nelle reazioni violente che si attivano di fronte alla loro autodeterminazione. Il punto più fragile del patriarcato contemporaneo, e per questo anche il più aggredito, è proprio la libertà delle donne: libertà di scegliere, di separarsi, di desiderare, di studiare, di lavorare, di non conformarsi a ruoli che non sentono propri. È questa libertà che molte forme di violenza cercano di reprimere; non si esercita violenza per amore, ma per restaurare un potere perduto. La riflessione di Massimo Recalcati lo illumina in modo esemplare:
«La violenza, sino all’estremo atroce del femminicidio, è un modo per provare a farsi nuovamente padrone della libertà della donna, di sottomettere in modo brutale l’indipendenza del suo desiderio, di togliere alla donna ogni diritto di parola e, dunque, di scelta. Non a caso, ne L’amica geniale di Elena Ferrante la violenza maschilista si trova rappresentata, in una delle sue scene più eloquenti, quando il fratello maggiore di un ragazzino, che a scuola ha dovuto riconoscere la superiorità intellettuale di Lila nei suoi confronti, intende ristabilire il primato dei maschi sulle femmine cercando di trafiggerle letteralmente la lingua con uno spillo. È questo il sadismo che caratterizza, anche dal punto di vista clinico, la violenza maschilista: impadronirsi della libertà della vittima rendendola un oggetto inerme.» ( A pugni chiusi. Psicoanalisi del mondo contemporaneo, Feltrinelli)
L’immagine dello spillo sulla lingua restituisce con crudezza l’essenza della violenza: la volontà di silenziare, di annullare il pensiero, di reprimere la parola, perché ogni volta che una donna parla liberamente, un pezzo di patriarcato si sgretola. Questo ordine antico esiste ancora perché ha saputo mutare forma, insinuandosi nei discorsi quotidiani che minimizzano gli abusi o colpevolizzano le vittime, nelle istituzioni che spesso non proteggono in modo efficace, nei modelli lavorativi che rendono la maternità una penalizzazione e l’indipendenza economica un ostacolo, nell’immaginario mediatico che romanticizza la gelosia e descrive la violenza come un tragico incidente, nelle relazioni affettive dove sopravvivono dinamiche di controllo mascherate da passione. Oggi il patriarcato non ha più bisogno di proclamarsi: gli basta essere dato per scontato.
Il 25 novembre non chiede soltanto di ricordare le vittime, ma di interrogare le strutture che rendono possibile la violenza: il linguaggio, l’educazione, la rappresentazione, la giustizia, la socializzazione maschile. Chiede agli uomini di guardare dentro gli spazi ciechi del proprio ruolo e alla società intera di non lasciare sole le donne nella loro libertà. La violenza non si estinguerà con l’inasprimento delle leggi o l’aumento delle pene, se non cambierà la cultura che la giustifica, la tollera o la rende invisibile. Si estinguerà solo quando la libertà femminile non sarà più percepita come una minaccia, ma come un’evidenza necessaria del vivere comune. Ricordare il 25 novembre significa scegliere da che parte stare: dalla parte di un mondo in cui nessuno possa possedere l’esistenza di un altro. Significa disinnescare i residui di un ordine antico e ingiusto che ancora modella i nostri immaginari e costruire, giorno dopo giorno, un’altra idea di libertà, di relazioni, di umanità. E questo compito non appartiene solo alle donne: appartiene al mondo intero.
